lunedì 31 agosto 2009

Il teologo progressista, il papa reazionario e l’odio per l’umanesimo ateo

di Paolo Flores d'Arcais, da Il Manifesto, 23 agostro 2009

L'anatema di Ratzinger, sostenuto dal teologo Mancuso, ripropone l'equazione tra umanesimo ateo e nichilismo. Confutazione di una tesi che rifiuta le radici della modernità.

Vito Mancuso ha portato il suo prezioso sostegno di teologo progressista (e perfino in odore di eresia) all'ennesima offensiva di Papa Ratzinger contro la modernità nata dall'illuminismo, il cui peccato originale - capitale e inescusabile - è indicato dal Pastore tedesco nella pretesa dell'uomo alla autonomia. Questa pretesa, in effetti, è la carta d'identità dell'illuminismo, il suo tratto essenziale: autos nomos, darsi da sé la propria legge. In questo orizzonte risuona poi il "sapere aude!" di Kant, e la ragione come tribunale supremo anche di ogni fede. Contro questa pretesa, che è a fondamento anche della democrazia liberale, come è ovvio (visto che essa poggia sulla sovranità dei cittadini, non su quella di Dio) si è rinnovato nei giorni scorsi lo sguaiato "vade retro Satana!" di Benedetto XVI. Il suo anatema, che coinvolge democrazia e modernità. E che Vito Mancuso ha deciso di spalleggiare.
Papa Ratzinger ovviamente non prende di petto democrazia e modernità, bensì le demonizza obliquamente, a partire dall'equivalenza che prova ad instaurare tra umanesimo ateo e nichilismo (e poi tra nichilismo e nazismo, ma su questo il teologo progressista si dissocia, benché proprio su questo il ragionamento di Ratzinger diventi semmai logico).

L'evoluzione non ama il mistero
Qui ci interessa la difesa filosofica che Mancuso imbastisce della prima equazione ratzingeriana, tra umanesimo ateo e nichilismo. Mancuso definisce nichilismo "la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia" cioè dell'essere nella sua totalità, fondamento "comunemente chiamato Dio", come giustamente sottolinea. Ma un tale fondamento non ha bisogno di essere negato, semmai deve essere dimostrato. L'onere della prova spetta a chi lo afferma, per negarne l'esistenza è sufficiente che tale prova non venga offerta, al di là di ogni ragionevole dubbio.
In altre parole: che l'evoluzione dell'universo dal big bang ad oggi, e poi la nascita della vita in quel frammento di sputo di una dei pianeti di uno dei miliardesimi soli di una delle infinite galassie, e poi il suo evolvere dai protozoi a quella scimmia bizzarra la cui neocorteccia apre la cogenza degli istinti ad una ampiezza e contraddittorietà di comportamenti..., che tutto questo sia razionale, cioè dovesse avvenire proprio come è avvenuto, anziché essere il frutto della contingenza (quello che Monod riassumeva nello splendido titolo del suo capolavoro: il caso e la necessità) non è cosa che vada da sé. Confligge, anzi, con tutti i dati empirici di cui disponiamo. Di modo che va dimostrata da chi la sostiene, contro le "apparenze" che ci dicono esattamente il contrario. Il che significa dimostrare che al di sotto di tali "apparenze" agisce una entità invisibile che indirizza questo apparente caos verso uno scopo, che anima il cosmo e la storia verso il suo culmine, che è l'amore - attraverso l'amore. Come sostiene Mancuso concludendo il suo articolo.
E' dimostrabile questa razionalità, questo finalismo, questo anelare all'amore (le tre cose, si faccia attenzione, per Mancuso sono indisgiungibili e si chiamano spirito) che dovrebbe informare l'intero corso del cosmo e infine dell'intera avventura di homo sapiens? No. Non si può dimostrare. Si può credere, volendo. Per fede, e contro ogni ragione.
Sotto il profilo filosofico non si può neppure ipotizzarlo, infatti. A proibirlo non è un qualche fanatismo ateo ma la scoperta filosofica di un religioso francescano di parecchi secoli fa, Guglielmo di Occam, che segna un caposaldo cruciale nella storia del pensiero, e stabilisce che non si debbano avanzare ipotesi esplicative aggiuntive (inevitabilmente di tipo metafisico occultistico) quando di un insieme di fenomeni abbiamo già una spiegazione adeguata.
E' proprio il nostro caso. Alla conoscenza scientifica sfugge per ora solo quel fantastiliardesimo di secondo che precede il big bang. Per il resto, "sappiamo tutto". E i meccanismi darwiniani dell'evoluzione della vita su questa terra (ovviamente aggiornati e perfezionati dai successivi studiosi darwiniani, fino ad oggi) hanno spiegato perfettamente tutte le differenze che zoologia e botanica ci squadernano, e tutte le testimonianze fossili delle specie estinte. E continuano a farlo, e sono puntualmente confermati dai nuovi rilievi che la scoperta del dna ha consentito e moltiplica. Non c'è dunque mistero alcuno sul come siamo venuti al mondo, e introdurre questo benedetto "Spirito" nelle vicende del cosmo e dell'evoluzione non le rende più intelligibili, le complica e oscura, spaccia "mistero" dove vi è già conoscenza.

Cittadini autonomi non sudditi
Ma, ammonisce Mancuso in perfetto sincrono teologico con Ratzinger, se rinunciamo a questo "fondamento razionale ed eterno dell'essere, comunemente chiamato Dio" precipitiamo nell'abisso di "idiozie, di odio e di morte" proprio in virtù (in vizio!) di quella pretesa all'autos nomos con cui l'uomo si sostituisce a Dio.
Questa è però - in primo luogo - la condizione umana ineludibile, se vogliamo essere razionali, cioè almeno non rifiutare le conoscenze scientifiche di cui disponiamo. In secondo luogo, come già richiamato all'inizio, l'autos nomos è la condizione perché si possa perfino parlare di democrazia, visto che fa tutt'uno con la sovranità dei cittadini (se essi dovessero obbedire ad una legge voluta da Dio non sarebbero sovrani, ma sudditi, obbedienti o disobbedienti, della Sua legge, per noi eteronoma). In terzo luogo, se anche facessimo "come se Dio ci fosse" le cose non cambierebbero affatto, e il rischio del nichilismo resterebbe tale e quale. Quale Dio, infatti? Solo a prendere i tre monoteismi, le morali eterne e trascendenti che il Dio unico ha stabilito prevedono un matrimonio divorziabile (Jhavè), un matrimonio indissolubile (Gesù), un matrimonio con quattro mogli (Allah). Se poi allarghiamo all'intera storia del Sacro, troveremo norme che impongono come dovere etico-religioso l'antropofagia, i sacrifici umani, la tortura dei prigionieri, l'infanticidio, l'incesto... Lo aveva notato già il cristianissimo Blaise Pascal (o è anche lui un ateo nichilista?), sottolineando la vanità della pretesa di individuare con la ragione una morale naturale (anche per questo chiedeva di scommettere per la fede).
Il fatto è che Dio o il Sacro parlano sempre e solo attraverso la voce di uomini, i quali hanno proclamato legge eterna e trascendente le norme più diverse e tra loro incompatibili. E la cosa non cambia affatto se al posto di Dio mettiamo una maiuscola Ragione (quella cui fa riferimento Mancuso). Prendendola per esistente, io considero morale (cioè obbediente a tale Ragione) che un individuo condannato a morte dalla malattia e la cui condizione sia ormai di tortura, abbrevi tale tortura, perché disumana. Il cardinal Bagnasco considera invece che sia morale l'opposto, e che anche quella tortura vada vissuta "à bout de souffle", perché evidentemente umana, anziché disumana. Di più: come meta-etica (procedura per risolvere un conflitto etico) io sostengo che ciascuno abbia diritto a decidere sulla propria vita come preferisce, Bagnasco che la sua preferenza morale vada imposta a tutti.

Scelte di vita e di morte
Mancuso dovrebbe prendere atto che non se ne esce. Se per caso avesse ragione Dostoevskij, "se non c'è Dio tutto è permesso", sarà altrettanto vero il reciproco, che anche "se Dio c'è tutto è permesso", perché ciascuno può farsi interprete di Dio (o della Ragione metafisica, che ne è un surrogato) e attribuire a Lui la propria scelta morale. Con una differenza inquietante. Che se io avanzo come mia scelta morale l'eutanasia, non sarò tentato di imporla agli altri. Ma se spaccio una qualsiasi morale come Volontà/Ragione del Sacro mi verrà inevitabile e conseguente l'imporla a tutti, per il loro stesso bene (la Salvezza).
E tuttavia il rischio del nichilismo, sotto il profilo gnoseologico inaggirabile, sotto il profilo pratico non è affatto un destino (che sarebbe comunque comune, abbiamo visto, all'umanesimo ateo e ad ogni forma di Sacro). Ogni società è costretta a "decidere" un insieme di norme che ne regolino la vita e la riproduzione. Quali norme? Qualsiasi, purché funzionino. Ma sotto questo profilo (che ha dato luogo a infinite varianti di "idiozie, di odio e di morte"), la società democratica è particolarmente avvantaggiata. Ha "deciso" per l'eguale dignità di tutti i suoi cittadini, dunque per il loro eguale potere (almeno politico). Questa "decisione" fa tutt'uno con la democrazia perché fa tutt'uno con l'autonomia. Di tutti e di ciascuno. E' semmai la negazione di questo principio democratico in seno alle democrazie "realmente esistenti" che dà luogo alla fenomenologia di iniquità quotidiane richiamate da Mancuso a prova dell'odierno nichilismo. Ma da esse non sarà un qualche "Spirito" a salvarci, solo la democrazia presa sul serio. Se ne saremo capaci.

Feltri boomerang: un invito a indagare sulla vita privata di Berlusconi

di Rita Guma*

"Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro". Sono queste le parole di Vitorio Feltri, direttore de Il Giornale, a commento della vicenda che vede coinvolti, a diverso titolo, la sua testata, il direttore de L'Avvenire, Dino Boffo, il premier Silvio Berlusconi e la Cei.

"Mai quanto nel presente periodo - scrive Feltri, - si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinchè i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche". Ma non si avvede che sta di fatto dichiarando che - visto che la coalizione di Berlusconi si e' sempre impicciata di cio' che avviene sotto le lenzuola altrui (coppie di fatto, omosessuali, clienti delle prostitute, etc etc) con lezioni moralistiche e leggi conseguenti - e' lecito e doveroso che gli altri giornali si occupino di quanto fanno Berlusconi e i suoi sotto le lenzuola.

L'Osservatorio sula legalita' e sui diritti Onlus da sempre ritiene che la stampa debba fare inchieste e riportare i fatti di interesse pubblico. Anche il Consiglio d'Europa ha chiarito che la vita privata dei politici e' meno privata degli altri (mentre non ha detto nulla dei giornalisti). In particolare, come evidenziato in sentenze europee, e' di interesse pubblico se un politico opera privatamente (e segretamente) in modo opposto ai valori che professa e che informano la sua azione politica. E' invece privato un comportamento legalmente consentito ma che non interessa i cittadini in quanto coerente con le dichiarazioni e l'azione politica di chi lo pratica e la cui conoscenza in dettaglio - visto che sono gia' note le convinzioni dell'interessato - avrebbe il solo fine di soddisfare una ingiustificata curiosita'.

Ad esempio, non interessa nulla se un politico che predica il libero amore lo pratichi o meno, mentre interessa moltissimo che sia effettivamente monogamo e fedele chi predica la famiglia tradizionale e ne fa un cavallo di battaglia politico imponendo all'intero Paese tale regime o comunque rendendo la vita difficile - per legge e con un martellamento mediatico che produce un clima foriero anche di aggressioni ed emarginazione - a chi non si uniformi a tale modello.

Non interessa nulla se le relazioni di un politico che amette il matrimonio fra omosessuali siano omosessuali o etero, mentre e' giusto segnalare una relazione omosessuale di un politico che si batte contro l'omosessualita', come avvenuto in Austria anni fa. Lo scopo e' chiaro: informare i cittadini di chi sia veramente la persona che si presenta con un'altra veste e in nome di questa raccoglie voti e legifera. In questi casi, appunto, non e' intrusione, gossip, violazione della privacy, ma informazione utile all'elettore: stai votando per un bugiardo e uno scorretto.

Pertanto, in primo luogo ci chiediamo come mai Feltri non abbia rivolto (al tempo del no della coalizione di Berlusconi ai pacs o in occasione della recente proposta del governo Berlusconi di sanzionare i clienti delle prostitute, etc etc) il suo predicozzo sui requisiti morali a Berlusconi e ad altri personaggi politici del PDL che hanno avuto figli fuori del matrimonio, rapporti di coppia non sanciti dal matrimonio, rapporti con prostitute, reversibilita' della pensione (ce l'hanno parlamentari e giornalisti) al convivente non sposato, etc...

In secondo luogo, sottolineiamo che al massimo ad un giornalista che predichi bene e razzoli male - ma che scrive a nome e in difesa di tutti i cittadini - si potrebbe dire "chi e' senza peccato scagli la prima pietra", mentre da un politico che faccia lo stesso va preteso che non applichi a noi con legge dello Stato limitazioni di liberta' personali che egli stesso trasgredisce spesso e volentieri.

* presidente dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti Onlus

domenica 30 agosto 2009

Chi la fa l'aspetti

Il caso Feltri-Boffo è un'evidente ribaltamento delle parte. Coloro che si sono sempre dichiarati ultragarantisti quando Travaglio usava il suo archivio e le sentenze della magistratura per attaccare Berlusconi ora si sono scoperti assai forcaioli pur di difendere il loro capo.
Nonostante l'evidente mancanza di coerenza nell'azione de "il Giornale" e di Feltri in particolare io sto comunque dalla loro parte. E' già la seconda volta in meno di una settimana che mi schiero dalla parte della destra e ciò mi preoccupa perchè pensavo non fosse possibile. Invece noto che quando c'è la Chiesa di mezzo pure loro riescono a suscitarmi un minimo di simpatia. Il motivo per cui sto dalla parte di Feltri è lo stesso per cui sto dalla parte di Travaglio quando egli attacca Berlusconi (o qualsiasi altro politico di destra o di sinistra), ovvero la libertà di un giornalista di riportare una notizia. Io mi auguro chiaramente che la notizia sia vera, ma mi pare che ciò non sia stato messo in dubbio nemmeno dall'interessato.
In questo caso però non è la destra a chiedere il silenzio dei giornalisti e la censura delle notizie, bensì la Chiesa (molto più esperta della destra in questo campo).
Io penso che se c'è una notizia da dare essa debba essere data, indipendentemente da chi la da e indipendentemente dal protagonista della notizia, ma mi pare che in questo paese in molti non la pensano così, specialmente quando sono coinvolti.
Si ricorre al terrorismo psicologico, definendo insulti le notizie negative che vengono riportate, vili attacchi l'uso di sentenze o indagini. Ma io sto comunque dalla parte di chi vuole scoprire gli altarini di chi ha qualcosa da nascondere.
Certo, so che Feltri si è scoperto paladino della libertà non per dimostrare la sua indipendenza da Berlusconi, ma proprio per difendere il suo datore di lavoro, ma ciò poco importa. Importa poco anche il fatto che tutta questa operazione è la classica delegittimazione di chi osa criticare il capo.
In questo caso infatti si tratta di difendere il diritto di un giornalista di riportare una notizia, al di la del motivo per cui lo fa. Se una notizia è vera e interessante allora è giustissimo, doveroso che sia riportata.
La Chiesa invece non sembra pensarla così, e adotta lo stesso identico atteggiamento della destra (e della sinistra) quando sono i "giustizialisti" a criticarli usando le sentenze dei tribunali.
Mi auguro che tutta questa questione faccia ricordare anche ai plenipotenziari dell'informazione che la libertà di stampa è una cosa importante. Perchè anche l'impero mediatico di Berlusconi, prima o dopo, può cadere sotto i colpi di un Attila qualsiasi.

venerdì 28 agosto 2009

E' tornato il PdS

Ieri il presidente della Camera ha detto una cosa che mi pare sacrosanta (tanto per restare in tema), ovvero che leggi dello Stato italiano le decide il parlamento italiano e non il Papa, la Chiesa o il Vaticano. Ha inoltre aggiunto che la legge sul testamento biologico uscita dal Senato andrà ampiamente rivista, in quanto palesemente illiberale e, aggiungo io, incostituzionale.
Subito i servi del PdL (che ora chiamero Popolo dei Servi, PdS) hanno cominciato a sbraitare che loro non vogliono ricevere lezioni di laicità da nessuno, quando invece ne avrebbero un gran bisogno, visto che la legge Calabrò è pesantemente viziata dalle polemiche relative al caso Englaro e che i senatori del PdS si sono appiattiti sui desideri e sul dogmatismo del Vaticano. Ma questi ignobili personaggi (Quagliariello e Gasparri, due integralisti veri se ce ne esistono) hanno persino osato dire che il vero problema è il dogmatismo dei laici. Ovvero, tradotto nel caso in questione, secondo loro è dogmatico e dunque problematico il volere che ognuno decida da se le cure che vuole e non vuole ricevere, a seconda della propria coscienza e del proprio convincimento, dopo aver ascoltato il parere del medico, mentre è molto liberale costringere tutti a ricevere forzatamente dei trattamenti sanitari.
Direi che è un chiaro esempio di stravolgimento dei termini e della realtà. Io penso che invece siano gli integralisti e fondamentalisti cattolici come ad esempio Buttiglione ad essere dogmatici e non considerare l'idea che ognuno è libero di gestire la propria vita e, sopratutto, che non siamo tutti cristiani cattolici osservanti. Un vero laico non si sognerebbe mai di obbligare qualcosa a qualcuno, anzi, si batterà sempre per la libera scelta di chiunque, credente, ateo, osservante o meno che sia. Se poi una persona per decidere vuole ascoltare il parere del Papa o del prete è libero di farlo. Ma se non lo vuole, dev'essere libero di non farlo.
Io mi auguro che il futuro della destra sia quello che Fini sta coraggiosamente indicando in questi mesi, ma mi pare che questi "campioni" di libertà, di democrazia e di modernità si debbano andare a ripassare sul vocabolario i significati di quei termini, dato che loro politica è antiliberale, antidemocratica e decisamente arcaica, chiusa, dogmatica, insolente.
Proprio l'altro giorno avevo lodato Bossi e la sua Lega Nord per aver avuto il coraggio di dirne quattro al Vaticano e allo loro ingerenze, ma stamattina ho sentito l'intervista che Bossi ha rilasciato, dove si felicita della convocazione ai piani alti del Vaticano, e assicura i prelati di aver appeso il crocifisso fuori dalla porta di casa, in modo da esibire bene la propria fede religiosa e da toccarlo scaramanticamente quando esce di casa. Curioso che scegliamo di affidare il futuro dell'Italia a queste persone così scaramantiche, sopratutto quando nel futuro servirà molta più scienza e razionalità di quanta non ne serva oggi.
Comunque in pratica la Lega ha già ritrattato i propositi di indipendenza dal volere Vaticano, dunque l'altro giorno mi sbagliavo e di grosso. Peccato.
Tutta questa questione comunque mi pare che dimostri in maniera inequivocabile che questo PdS è tutto fuorchè liberale, forse il motivo è dovuto al fatto che quel partito ha una forte matrice ideologica di tipo comunista-fascista, dunque assolutamente non liberale. Il vero liberalismo oggi è a sinistra, decisamente a sinistra, peccato sia disgregato in mille pezzi e in mille partiti.

giovedì 27 agosto 2009

L’imprenditore che non può lavorare. Pino Masciari, testimone scomodo in fuga dalla ‘ndrangheta e dallo Stato

Postato il 26 agosto 2009 by Luca Rinaldi

Pino Masciari nasce nel 1959. Oggi è uno dei testimoni di giustizia invisibili che governi e istituzioni tengono a mantenere tale. Prima di diventare testimone di giustizia Masciari fu imprenditore edile in Calabria, dove rilevò, nel 1988, l’impresa del padre.
Da quel momento in poi la vita di Masciari cambia, cambia dal giorno in cui decide di non sottostare alle pressioni mafiose dei politici, ed al racket della ‘ndrangheta. Le imprese in suo possesso erano due: la “Masciari costruzioni” che operava nell’ambito degli appalti pubblici e l’altra ereditata dal padre si occupava del settore privato.
Come sappiamo il campo edilizio, soprattutto quello pubblico, fa particolarmente gola alla mafiopolitica e alla criminalità organizzata. E’ infatti il padre di Masciari a denunciare per primo i tentativi di estorsione e le pressioni della ‘ndrangheta, con la risposta di fare attenzione ad esporsi troppo, perchè la denuncia, poteva essere un serio pericolo per la vita sua e della famiglia.
La criminalità organizzata, con personaggi di spicco di politica ed istituzioni, infatti cercò con ogni mezzo di ostacolare l’attività dei Masciari, bloccandone l’attività, la burocrazia con le pubbliche amministrazioni ed intralciando l’attività con le banche. Nel 1988 alla morte del padre, inizialmente Masciari si vide costretto a cedere alle pressione del mondo mafio-politico: 6% delle imprese ai collusi con la politica, 3% alla ‘ndrangheta, e la sottomissione agli ordini delle cosche sulle forniture dei materiali e manodopera, assunzioni pilotate, regali di appartamenti.
Nel 1990 però Masciari si ribella alle pressioni dei politici, vedendo subito le ripercussioni sulle proprie imprese e sulla propria vita privata subendo furti, incendi, minacce e danneggiamenti, nonchè la gambizzazione di uno dei fratelli. I lavori in corso, intanto non venivano pagati, la ‘ndrangheta minacciava Masciari perchè non si costituisse parte civile e le banche gli consigliavano di rimediare liquidità per i lavori non pagati dagli usurai. A questo punto nel 1994 Masciari licenzia tutti gli operai ed inizia il suo racconto ai carabinieri.
Masciari vede però soprattutto rassegnazione da parte delle autorità, fatto sta però che i suoi racconti ora sono tutti nei fascicoli della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. La stessa DDA dispone che Masciari venga messo sottoscorta dal Servizio Centrale di Protezione. Da qui comincia la sua strada di testimone di giustizia di Masciari, che nel 1997 viene poi inserito nel programma speciale di protezione testimoni.
La sua storia passa inosservata ai principali organi di informazione italiani e dal 2004 inizia la parte vergognosa della storia, una vergogna per lo Stato italiano. Il 27 ottobre 2004, la direzione centrale del Ministero dell’Interno sancisce il termine del programma di protezione testimoni, perchè i processi sono terminati. Cosa non vera perchè la DDA di Catanzaro dice che i processi erano in corso.
Nel 2005 lo stato dice, tramite il ministero dell’interno (ministri Scajola e Pisanu di Forza Italia), che o accetta la fine del programma di protezione o accetta la fine del programma di protezione, non c’è via di scampo. Pino Masciari dovrà fuggire oltre che dalla ‘ndrangheta anche dallo Stato.
Masciari viene lasciato solo dallo stato, ma la società civile continua a supportarlo e, soprattutto grazie alla rete, Masciari diventa un personaggio di rilievo pubblico, intoccabile dalla ‘ndrangheta, se questa non vuole fare esplodere il caso. I governi si sono succeduti, ma ad oggi Masciari è di nuovo senza scorta, vive continuamente in località segreta, ma senza protezione. Non basta però. Nella notte tra il 18 ed il 19 agosto, infatti, sconosciuti entrano nella casa dei Masciari in località segreta. Masciari così commenta: “sono senza protezione, quando vogliono mi possono ammazzare”.
Masciari nella sua denuncia è supportato dalla società civile, quella parte informata, l’80% degli italiani non conosce la storia di questo testimone di giustizia (e non collaboratore, questa dicitura spetta ai pentiti) ed è ignara del pericolo che egli corre. Niente scorta e protezione a Masciari per proteggerlo da un mandante come la ‘ndrangheta. Qualcuno però ha deciso di mettere sotto scorta un altro personaggio: Vittorio Sgarbi. Mandante? Beppe Grillo e i suoi post, che, per quanto possono non essere condivisibili, non hanno ancora ammazzato nessuno.
Piena solidarietà a Pino Masciari, con l’augurio e l’auspicio, per tutti, che la sua storia venga portata a conoscenza del pubblico e non continui a rimanere nascosta tra i meandri di blog e social network, unica protezione che Masciari ha oggi a disposizione per continuare a raccontare la ‘ndrangheta e tentare di liberare il Paese da questo virus.

Il discutibile livello di sicurezza ferroviaria italiana

colloquio con esperti e lavoratori del settore dopo la strage di Viareggio. E la scoperta di una cinica equazione
di Francesco Bertolucci

“La rete ferroviaria italiana è la più sicura d'Europa”. La dichiarazione fatta da Mauro Moretti, amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato il 1 luglio scorso a Sky Tg 24, era una affermazione che dava da pensare. Soprattutto in virtù del fatto che numerosi ferrovieri, nel tempo, si erano prodigati in svariati scioperi e manifestazioni proprio per lamentarne la scarsa sicurezza.
A quasi due mesi dalla strage di Viareggio, per la quale il giudice Giuseppe Amodeo non ha ancora iscritto nessuno sul registro degli indagati, viene lecito cercare di dare una risposta. Una risposta, che si può cercare facendo magari una sorta di parallelismo tra quanto asserito in merito dall'ad delle Ferrovie negli ultimi tempi e quanto sostengono i lavoratori del settore.

QUANTO SONO SICURE LE FERROVIE ITALIANE - “La sicurezza nelle ferrovie italiane – spiega Dante De Angelis, ferroviere diventato simbolo della lotta per la sicurezza nelle ferrovie dopo il suo licenziamento avvenuto lo scorso anno proprio per averne denunciato la mancanza – è cambiata radicalmente da quando vi sono entrato io, nel lontano 1981, ad oggi. Già dopo il 1985, col passaggio dal ministero ad un ente pubblico apposito la situazione iniziò a cambiare ma dal 2000, anno della privatizzazione, ad ora il mutamento è stato esponenziale”.

COSA E' CAMBIATO - “L'accuratezza dei controlli e chi li fa. Prima, essendo in monopolio e di proprietà statale, qualsiasi mezzo che vi circolava aveva sostenuto controlli scrupolosi da parte degli addetti delle ferrovie. Pur essendo una pratica onerosa, dei costi non si teneva conto perchè per prima cosa veniva la sicurezza. Adesso, con la privatizzazione ed il libero circolo di mezzi, basta avere un certificato che ti fornisce una ditta qualunque che ha la possibilità di darti il benestare. In pratica, funziona come per la revisione delle auto, con tutto quello che, come possiamo intuire, ne consegue”.
Facendo un esempio, il contratto, rimanendo nel tema del disastro del 29 giugno, tra la società italiana e la Gatx, multinazionale americana proprietaria dei vagoni protagonisti del disastro nella città toscana, prevede che sia proprio la compagnia statunitense con sede a Vienna ad occuparsi di manutenzione e revisione.

INCIDENTI TIPICI E SICUREZZA DEI LAVORATORI - Stando a quanto spiega Moretti in un'intervista concessa al direttore di Metro lunedì 6 luglio, gli incidenti “tipici” (ovvero i danni dovuti a guasti e via dicendo) sarebbero calati dai 202 del 1993 ai 19 del 2008.
“A parte che solo negli ultimi mesi abbiamo avuto quattro incidenti significativi – commenta Riccardo Antonini, ferroviere di lungo corso – senza considerare l'ultimo che è avvenuto nuovamente a Viareggio e nello stesso posto pochi giorni fa (rottura del pantografo ndr), per far capire quanto è cambiata la sicurezza per noi lavoratori nel corso del tempo basta dare un dato. Dal 1955 al 1985, i morti sul lavoro tra gli addetti sono stati 7. Dal 1985 ad oggi, in un minor lasso di tempo, 57”

LA SICUREZZA PER I FERROVIERI - “Per noi ferrovieri, la sicurezza viene al primo posto, è sacra” come sottolineava Moretti nella sua intervista rilasciata a Sky tg 24 il 1 luglio.
Angelo Pira, project officer della European Railway Agency, l'agenzia ferroviaria europea, durante il convegno nazionale “Sicurezza ed esercizio ferroviario” tenutosi a Roma il 20 marzo 2009 dava, con la sua “Una prestazione di sicurezza sostenibile per le ferrovie”, una spiegazione dettagliata sull'argomento.
“La sicurezza per noi – si legge nel documento steso da Pira – è un aspetto della qualità del servizio di trasporto del quale beneficiano passeggeri, impiegati e terzi che viene considerato dalle persone nella scelta del modo di trasporto. L'European Railway Agency (ERA), ha sviluppato un set di indicatori e metodi comuni per misurare la 'prestazione di sicurezza attuale' e 'l'impatto economico degli incidenti'”. Se vi state chiedendo come vengono misurate “prestazione” e “impatto”, la risposta arriva semplice e rapida: con una equazione. Fondamentalmente, la stessa cosa che avviene quando una assicurazione deve calcolare premi assicurativi e quant'altro. “La prestazione, viene misurata prendendo in esame rischio individuale, per passeggeri, staff, utenti, passaggio a livello, persone non autorizzate nella proprietà ferroviaria, altri, e rischio sociale. Si calcola col FWSI (morti e feriti seri pesati = 1F+SI/10) fratto la base di normalizzazione. Per la 'riduzione', stimiamo l'impatto economico degli incidenti sulla società attraverso quattro indicatori in euro. Si prende in esame il numero di morti e feriti seri moltiplicati per il valore della prevenzione di morti/feriti (Vpc), il costo di ritardi per incidenti, i danni al materiale rotabile e infrastruttura ed i danni all'ambiente”. Per calcolare così quella che viene chiamata la “riduzione dell'impatto economico degli incidenti” si dovrà procedere ad una equazione che mette insieme il costo per ritardi, i danni materiali e quelli all'ambiente. A queste, per avere la formula matematica completa, si dovranno aggiungere tutti i dati elencati da Pira. Da tutto questo, alla fine il project officer trae le dovute conclusioni. “ERA – si legge – ha sviluppato metodi che consentono di sviluppare la 'prestazione di sicurezza attuale' e stimare la 'prestazione di sicurezza sostenibile'. La non consapevolezza della 'prestazione sostenibile' potrebbe risultare in un eccesso di sicurezza, con biglietti e costi di accesso più alti, o una carenza di sicurezza. In entrambi i casi i clienti potrebbero cambiare mezzo di trasporto”.

UNA STRAGE EVITABILE - Tenendo conto che, stando a quanto affermano numerosi avvocati, la responsabile più accreditata della strage dovrebbe essere la Gatx Rail per “culpa in vigilandum” che, tradotto in poche parole significa che anche se altri hanno curato per te la revisione il mezzo è tuo e ne sei responsabile, e tralasciando il fatto che nonostante questa 'certificazione' sia il gruppo Ferrovie dello Stato che l'Agenzia Nazionale per la Sicurezza dei Trasporti abbiano, con una missiva del 3 luglio, praticamente bloccato tutti i carri avente qualcosa in comune con quelli implicati nell'incidente costato la vita sin qui a 29 persone, viene da chiedersi se tutto quanto avvenuto a Viareggio sarebbe stato evitabile e come e se è possibile mettere davvero in sicurezza questi carri merci portanti merci pericolosissime.
“Per avere una piena sicurezza – dichiara il capotreno Maria Nanni - basterebbe dotare i carri merci degli stessi dispositivi di sicurezza degli Intercity o, in alternativa, dotare la rete ferroviaria dei Rilevatori termici boccole (Rtb) che fanno fermare il treno nel caso in cui queste (“protagoniste” dell'incidente visto che con ogni probabilità è stata la cricca della boccola a far poi deragliare il treno) abbiano una temperatura superiore al consentito”.

VENTI ANNI FA COSA SAREBBE ACCADUTO - “Venti anni fa questa tragedia non sarebbe successa – sentenzia Antonini – perché, rispetto ad allora, adesso molte stazioni sono automatizzate (da La Spezia a Pisa l'unica stazione non automatizzata è quella di Viareggio che è comunque stata in predicato di diventarlo anch'essa ndr) mentre prima non lo erano. Se vi fosse stato personale anche nella vicina stazione di Pietrasanta, questo vedendo il treno con evidenti segni di malfunzionamento, lo avrebbe sicuramente fatto fermare evitando tutto quanto è accaduto”.

FRANCIA E GERMANIA: DUE MODELLI DA NON IMITARE - “Questi due paesi – spiega De Angelis – hanno cominciato taglio dei costi, una drastica riduzione del personale, e perseguito la politica che stanno attuando da tempo le Fs, molto prima di noi. In pratica, Francia e Germania sono l'esempio della situazione nella quale ci verremo a trovare se le Ferrovie dello Stato continueranno questa politica della riduzione della sicurezza in virtù del profitto”.

Al momento, 319 incidenti “tipici” annui in Francia, (dati forniti da ERA che vi immette anche i suicidi) e 413 in Germania a fronte degli attuali 130 italiani.

Troppe risorse a fiction depistanti che non centrano il vero bersaglio

di Roberto Scarpinato - 27 agosto 2009
L'intervento integrale del procuratore aggiunto di Palermo

Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando.
Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?

Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi. Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) - Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi - elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio... Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra - quella degli assassini - e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo. Un’altra storia che racconta l’osceno di questo Paese, quel che è avvenuto ob scenum, mettendo a nudo un fuori scena affollato di una moltitudine di sepolcri imbiancati che hanno armato la mano dei killer o li hanno protetti con il loro silenzio complice.

Che racconta come gli assassini arrivino sulla scena per buon ultimi, quando i sepolcri imbiancati hanno fallito nel fuori scena tutti i tentativi necessari per convincere la vittima ad ascoltare, per il suo bene e quello della sua famiglia, i consigli degli amici, sicché, come sono solite fare le persone istruite e timorose di Dio, allargando sconsolati le braccia ripetono: “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere...”. Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive. Una storia-matrioska nel cui ventre si celano centinaia di storie accertate con sentenze definitive, che sembrano fatte apposta per la felicità di qualsiasi sceneggiatore e regista che volesse prendersi la briga di narrarle. Vogliamo provare a raccontarne solo una tra le tante? C’era una volta..., anzi... mi correggo. Ci fu per una volta, e per un breve periodo, in un’isola di assolata e bruciante bellezza, un Presidente della Regione che si chiamava Piersanti Mattarella, notabile democristiano figlio di un ex Ministro, il quale si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica. Iniziò quindi a promuovere leggi per controllare il modo in cui erano spesi i soldi della collettività, e a disporre ispezioni straordinarie per accertare come venivano assegnati gli appalti pubblici. Gli amici gli consigliavano di lasciar perdere, ma lui non recedeva dai suoi propositi. Lentamente, giorno dopo giorno, cominciò a trovarsi sempre più solo. Frequentarlo significava rischiare di restare impigliati dentro la «camera della morte». Così viene chiamata in Sicilia l’enorme e invisibile rete costruita sott’acqua per imprigionare i tonni, che, quando riemergono in superficie dal fondo della rete, si trovano circondati dalle barche disposte in cerchio e vengono finiti a colpi di arpione nel corso delle mattanze: bagni di sangue che evocano antichi rituali sacrificali dove vita e morte si confondono, giacché l’una si nutre dell’altra. Quando Mattarella percepì attraverso il linguaggio mutigno dei gesti degli “amici” - i loro sguardi costernati, i loro silenzi imbarazzati - che il rullo dei tamburi di morte si faceva sempre più vicino, tentò di salvarsi la vita chiedendo aiuto a Roma ad alcuni vertici del suo partito e al Ministro degli Interni. Al ritorno dalla sua trasferta romana, confidò alla sua segretaria che se gli fosse accaduto qualcosa la causa sarebbe stata da ricercarsi in quel viaggio romano. Mentre Mattarella volava a Roma, un altro aereo si alzava segretamente in volo dalla Capitale verso la Sicilia.

A bordo si trovava uno degli uomini più potenti del Paese, personificazione stessa del potere statale: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventidue volte Ministro. Dove andava Andreotti in gran segreto? Partecipava a un incontro con i capi della mafia militare e quelli della mafia dei colletti bianchi: l’onorevole Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo. In quel qualificato consesso si discuteva del “problema Mattarella”, quel democristiano anomalo che si ostinava a non ascoltare i buoni consigli degli “amici” e stava compromettendo gli interessi del sistema di potere mafioso. Il 6 gennaio 1980, Mattarella fu ucciso sotto casa da un commando mafioso. Giulio Andreotti tornò segretamente in Sicilia e all’interno di una villa incontrò alcuni dei mafiosi assassini di Mattarella che, com’è sacramentato in una sentenza definitiva della Repubblica italiana, avrebbe coperto con il suo silenzio complice per il resto dei suoi giorni, garantendo così la loro impunità e alimentando il senso di onnipotenza della mafia ¹. Che ve ne pare? Non vi sembra una storia inventata apposta per un film? Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via. Un album di famiglia di “intoccabili”, che nel loro insieme ricompongono il segreto ritratto di Dorian Gray di una componente irredimibile della nostra classe dirigente: ministri, capi dei servizi segreti, vertici di polizia, parlamentari, alti magistrati, alti prelati, banchieri, uomini a capo di imperi economici. Storie scomode perché chiamano in causa responsabilità collettive, costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese e sul passato e sul futuro... o sulla mancanza di futuro di un’Italia ancora troppo immatura per fare i conti con la propria storia e verità, e quindi condannata a vivere all’interno di una tragedia inceppata, destinata ciclicamente a ripetersi, pur nelle sue varianti storiche. Storie scomode che dimostrano quanto sia fuori dalla realtà continuare a raccontare il come e il perché della mafia come una sorta di opera dei pupi dove vengono messi in scena solo eroi solitari - Orlando e Rinaldo - che guerreggiano contro turpi saraceni: Riina, Provenzano, ecc. Dinanzi a tutto ciò, come spiegare il silenzio, la distrazione - che talora sembrano sconfinare nell’omertà culturale - di tanti sceneggiatori e registi? Induce a riflettere come tale omertà appaia perfettamente speculare a quella che caratterizza il discorso pubblico sulla mafia e sulla criminalità del potere, e come l’una e l’altra celino sotto il velo della retorica le piaghe della nazione.

Che pensare dinanzi a tante pellicole che, pure di ottima fattura, si rivelano tuttavia depistanti nel loro raccontare un universo mafioso quasi completamente decorrelato nella sua genesi e nelle sue dinamiche dal sistema di potere di cui è espressione e sottoprodotto? L’equivalente di raccontare la storia dei bravi di manzoniana memoria come un sottomondo autorefenziale, tagliando il cordone ombelicale con il sopramondo dei Don Rodrigo. L’equivalente di raccontare il Fascismo ascrivendone la responsabilità solo a un manipolo di esaltati gerarchi, e non già come l’autobiografia di una nazione. La storia di questo Paese ricorda a tratti quella di certe famiglie che nel salotto buono mettono in bella mostra per gli ospiti le glorie e il decoro della casata, e nello scantinato nascondono la stanza di Barbablù che gronda sangue. È lecito dubitare che la rimozione, alla quale ho accennato, sia solo frutto di distrazione o sottovalutazione? Si può ipotizzare che costituisca la “fisiologica” declinazione dell’essere la mafia una delle forme in cui si è storicamente manifestata la criminalità del potere in Italia? Il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni». Questa massima riassume in modo magistrale l’esigenza di condizionare la costruzione del sapere sociale in modo da impedire al popolo di comprendere i segreti della macchina del potere, tra i quali i suoi crimini. Proprio per questo motivo, da sempre il sistema di potere ha falsificato il sapere sociale sulla mafia. Prima per decenni ne ha negato ostinatamente l’esistenza, poi, sino alla metà degli anni Ottanta, l’ha banalizzata a mera criminalità comune e, infine, dopo le stragi del 1992 e 1993, ha giocato la carta - sinora vincente - di ridurla a una storia di “mostri”, di orchi cattivi... Poiché, dunque, il sapere sociale non è mai innocente, viene da chiedersi sino a che punto la rimozione e l’adulterazione che caratterizza la rappresentazione filmica della mafia sia condizionata non solo dalle autocensure di chi ritiene sconveniente raccontare storie sgradite al potere, ma anche da un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti nel senso che contribuiscono a cristallizzare nell’immaginario collettivo i dogmi e le superstizioni tanto cari ai Mazzarino di ieri e a quelli di oggi. Comunque sia, quel che accade - o meglio che non accade - chiama in causa la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema.

C’è una storia collettiva che attende ancora di essere raccontata e salvata dall’oblio organizzato, per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire adulto. Portarla alla luce in tanti processi è costato un altissimo prezzo: alcuni sono stati assassinati, altri - magistrati, poliziotti, semplici testimoni - segnati per il resto della vita. Ora tocca a qualcun altro fare la sua parte. E se ciò non dovesse avvenire, tra qualche anno dovremmo purtroppo fare nostra l’amara considerazione di Martin Luther King: «Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici». ¹ Nella motivazione della sentenza n. 1564 del 2.5.2003 della Corte di Appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

mercoledì 26 agosto 2009

Io sto con la Lega

In questi giorni sta imperversando uno scontro tra Vaticano e Lega Nord, che, non lo nego, mi diverte molto. Mi diverte perchè mi piace vedere due avversari che se le suonano tra loro. Nonostante ciò non riesco a non prendere una posizione sulla vicenda e la mia posizione è di totale appoggio alla Lega.
Qualcuno penserà che sono pazzo, sopratutto dopo ciò che ho scritto ieri. Ma in realtà io appoggio la Lega solamente perchè difendo il loro diritto di fare la politica che vogliono. Non difendo la loro politica, sia chiaro, bensì il loro diritto di farla.
Innanzitutto devo dire che ammiro e apprezzo il loro coraggio in questa questione.
La Lega ha persino proposto l'abolizione del concordato se la Chiesa continuerà ad interferire così pesantemente nella politica italiana. E' arrivata cioè a proporre quello che altri partiti di sinistra non hanno mai avuto il coraggio di pensare.
La mia idea è che la politica italiana e le sue istituzioni abbiano tutto il diritto e il dovere di fare la propria politica, le proprie leggi, indipendentemente da ciò che la Chiesa vuole (o vorrebbe).
Il Vaticano non ha (non dovrebbe avere) alcun potere di veto. In un paese laico è inconcepibile che, quando un Governo o un Parlamento fanno le proprie leggi esse debbano, immancabilmente, ricevere l'assenso o la critica della Chiesa e dei suoi capi. Ciò non significa che la Chiesa non abbia il diritto di dire la sua opinione su alcuni temi, ma dovrebbe lasciare che la politica faccia il suo lavoro.
La Lega in questo caso ha avuto il coraggio di dire di no alla Chiesa, cosa che nessun altro partito ha mai fatto prima. Certo, avrei preferito che avesse detto di no quando si parlava del caso Englaro e del testamento biologico, ma è comunque un inizio.
Difficilmente, infatti, sarà la Chiesa a mollare l'osso del potere. E' necessario che sia la politica a rendersi indipendente.
Pur essendo dunque contrario allo spirito del decreto sicurezza sono ancor più contrario alle ingerenze della Chiesa e sto pienamente dalla parte della Lega che ha tutto il diritto di fare la propria politica senza che un'istituzione religiosa debba sempre e comunque metterci lo zampino.

Alessandro Galante Garrone

Nato a Vercelli nel 1909, Alessandro Galante Garrone è stato magistrato e storico, oltre che un protagonista della Resistenza e un nume tutelare delle battaglie ideali dell'antifascismo. Per se stesso aveva coniato la definizione di ''mite giacobino'', come recita peraltro il titolo della sua autobiografia apparsa nel 1994.

Nel 1927, quando era studente della Facoltà di Giurisprudenza, prese parte alle manifestazioni degli universitari torinesi contro i fascisti persecutori del professor Francesco Ruffini. Più avanti, vinto brillantemente il concorso per entrare in magistratura, si avvicinò al movimento di ''Giustizia e Libertà'' e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d'Azione a Torino.

Dopo l'8 settembre 1943, sfollato con la famiglia a Coassolo Torinese, entrò in contatto con le prime formazioni partigiane della Valle di Lanzo. Nel dicembre dello stesso anno divenne ispettore delle formazioni G.L. del Piemonte e tenne in particolare i contatti con le divisioni del Cuneese. Membro del Cln piemontese nella primavera del 1945, dopo la liberazione di Torino fece parte della Giunta regionale di governo e della Giunta consultiva durante l'amministrazione degli Alleati.

Da allora era sempre rimasto fedele al filone della democrazia radicale, un'idea da lui sempre sostenuta con l'intensa attività pubblicistica su "La Stampa", "Il Ponte", "L'Astrolabio", "L'Espresso", nonché con i lavori più ponderosi come quelli sui radicali italiani dal 1849 al 1925 e su Felice Cavallotti.

Garrone ha accompagnato sempre gli studi giuridici a quelli storici, tanto che questi ultimi finirono per assumere la preminenza e per indurlo a chiedere nel 1963 il collocamento a riposo dalla magistratura (era consigliere di Corte d'Appello a Torino) per potersi dedicare completamente - era già libero docente di Storia moderna all'Università di Torino - all'insegnamento. Ha insegnato storia moderna, storia contemporanea e storia del Risorgimento negli atenei di Torino e Cagliari ed è autore di importanti pubblicazioni sulla Rivoluzione francese, sulla storiografia rivoluzionaria e sul Risorgimento italiano.

Nel 1984 aveva pubblicato il volume "I miei maggiori" dove aveva ricordato i maestri di libertà della sua generazione, da Omodeo a Calamandrei, da Einaudi a Salvemini, tutti personaggi da cui Galante Garrone aveva derivato un insegnamento di vita e di pensiero, una "passione di libertà - come lui stesso diceva - sempre illuminata dalla ragione".

Nel dicembre 1993 era stato tra i fondatori, insieme ad Aldo Garosci, Franco Venturi, Arialdo Banfi, Giorgio Parri e Aldo Visalberghi, dell'associazione "Movimento d'Azione giustizia e libertà". Una denominazione esplicita visto che i promotori del movimento erano partigiani della formazione "Giustizia e libertà" e militanti del "Partito d'Azione". E proprio a quelle posizioni politico-culturali questa associazione, come lo stesso Alessandro Galante Garrone, intendeva riallacciarsi per farle uscire dall'emarginazione voluta dal regime partitocratico e per riaffermare e trasmettere il pensiero di Gaetano Salvemini, la critica liberale di Piero Gobetti e il socialismo liberale di Carlo Rosselli.

Tra i suoi scritti principali: "Buonarroti e Babeuf" (1948); "Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell'Ottocento" (1951); Gilbert Romme, Storia di un rivoluzionario" (1959); "I radicali in Italia, 1849-1925"(1973); "Felice Cavallotti (1976); "I miei maggiori"(1984); "Zanotti Bianco e Salvemini" (1984); Padri e figli" (1986); "Calamandrei" (1987); "Amalek,il dovere della memoria" (1990); "Il mite giacobino" (1994); "L'Italia corrotta (1895-1996); Cento anni di malcostume politico (1996).

E' morto a Torino il 30 ottobre del 2003.

Fare le pulci alle università europee

di Caterina Visco
L’Università di Pisa ha appena vinto un bando della Commissione europea da 1,2 milioni di euro per produrre statistiche sulle università di tutti i paesi membri. I primi risultati saranno pubblicati entro giugno 2010. Abbiamo chiesto ad Andrea Bonaccorsi, coordinatore del progetto e docente di Economia e gestione delle imprese di raccontarci di cosa si tratta esattamente.

Professor Bonaccorsi, in cosa consisterà il vostro lavoro?
"Nel censimento di tutte le università europee e nella pubblicazione di numerosi dati dei singoli istituti, per garantire trasparenza e una reale possibilità di confronto e di scelta da parte di governi, finanziatori e studenti. A oggi non esistono statistiche simili, anche perché in diverse nazioni esiste un “segreto statistico” che vieta di pubblicare alcuni tipi di dati. La difficoltà maggiore sarà, infatti, far sedere al tavolo delle trattative i diversi istituti nazionali di statistica per ottenere le informazioni che ci interessano e il permesso di pubblicarle. Produrremo anche una lista delle università più attive nella ricerca: un sottogruppo di alcune centinaia di atenei selezionati in base ai titoli di dottorato assegnati e alle pubblicazioni internazionali. L’obiettivo è anche mostrare un quadro del mondo universitario europeo non distorto, come è invece quello offerto dalle due principali classifiche mondiali, quelle della Shanghai Jiao Tong University e del Times (Times Higher Education)".

Cosa vuol dire che il quadro offerto da questi due indicatori è distorto?
"Nella graduatoria di Shanghai sono presi in considerazione soprattutto parametri riguardanti la ricerca scientifica; per esempio il numero di pubblicazioni e la presenza degli autori più citati nelle riviste scientifiche internazionali, la presenza di premi Nobel (solo per fisica, medicina, chimica ed economia, ndr.), le pubblicazioni su Nature e Science. Questi criteri svantaggiano le università a connotazione umanistica o tecnica, quelle più piccole o più recenti. Il conto delle pubblicazioni per esempio si basa sui dati dell’Institute for Scientific Information (Isi) di Filadelfia, che valorizza le scienze pure, come la biologia, la fisica o la chimica ma trascura l’ingegneria e non considera le scienze umanistiche. Noi, invece, confrontiamo questo indicatore anche con altri due, nuovi e disponibili in rete gratuitamente: Scopus, un archivio on line realizzato da un insieme di editori, e Google Scholars".

Per quanto riguarda la classifica del Times invece?
"Il World Ranking del Times preoccupa molti esperti perché non è rigoroso quanto quello di Shanghai. I dati infatti provengono da sondaggi che hanno un tasso di risposta spesso molto basso. Per esempio il sondaggio relativo all’ingresso nel mondo del lavoro dopo la laurea coinvolge solo manager e responsabili del personale di alcune imprese e risponde solo 5 per cento del campione intervistato. Molto al di sotto della percentuale accettabile. Per quanto riguarda l’occupazione dopo il titolo sono molto più affidabili i dati Istat e quelli di Almalaurea".

Voi fornirete questo dato?
"No, noi puntiamo a produrre dati che abbiano una comparabilità europea; è molto improbabile che ogni istituto nazionale di statistica abbia fatto indagini di questo tipo, l’Italia in questo senso è più avanti degli altri. Dove disponibili indagini nazionali rigorose e riconosciute, questi dati potrebbero essere forniti come integrazione".

Quali parametri prenderete in considerazione quindi?
"Prima di tutto i dati anagrafici: dove si trovano gli atenei, quando sono stati fondati, e così via. Poi gli “input”, ovvero il personale amministrativo, i docenti, i ricercatori, i dottorandi e i bilanci, anche se difficilmente riusciremo a pubblicare questi ultimi: sono dati molto delicati perché permettono di scoprire, per esempio, quanto delle spese universitarie è coperto dalle tasse degli studenti, e quanto dai finanziamenti privati delle aziende. In terzo luogo andremo a guardare gli “output”, ovvero quello che l'università produce: i laureati di tutti gli ordinamenti compresi master e dottorati, le pubblicazioni scientifiche, i brevetti, le imprese spin-off, i contratti di licenza. Infine valuteremo se sono presenti scuole di specializzazione, ospedali universitari e altre istituzioni collegate all'ateneo".

Stilerete classifiche?
"No, non è il nostro obiettivo. Semmai forniremo una base rigorosa su cui poi chiunque potrà fare dei ranking per ogni singolo parametro".

Il vostro è l’unico progetto di questo tipo in Europa?
"No, a dire il vero il panorama è un po’ affollato. Il nostro è l’unico censimento; esiste un altro progetto che darà una classifica vera e propria, realizzata su un campione di università dal consorzio di centri di ricerca Cherpa, di cui fanno parte il Che (Centre for Higher Education Development) tedesco e il Chep (Center for Higher Education Policy Studies) olandese, due vere autorità".

Chi partecipa al progetto oltre l’Università di Pisa?
"Il nostro ateneo coordinerà altri quattro istituti, lo Joanneum Research austriaco, l’università di Lugano (Svizzera), l’Istituto Fraunhofer in Germania e il Nifu, un centro di ricerca norvegese".

martedì 25 agosto 2009

Italiano, inumano.

Giorni intensi per l'argomento razzismo e affini. Due i casi fondamentali.
La morte dei 73 immigrati, lasciati per 20 giorni al largo delle coste italiane e maltesi senza che nessuno si peoccupasse di loro. La versione ufficiale è che nessuno si era accorto di quel barcone, dunque nessuno si era preoccupato di salvarli. Se tutto ciò è vero significa che il governo non sta pattugliando le coste come invece i tg del regime vogliono far credere. Tant'è vero che gli sbarchi sono tornati ai livelli di qualche mese fa. Bisogna comunque sottolineare che gli immigrati arrivati tramite questi barconi sono una minoranza rispetto alla grande maggioranza.
Il secondo caso è l'agressione ai due ragazzi gay che si stavano scambiando delle effusioni presso un circolo gay.
Sono due casi sicuramente diversi. Il primo è di certo più grave (sono morte 73 persone) ma probabilmente non voluto e frutto solamente dell'incapacità di governare del governo Berlusconi e dei suoi ministri. Il secondo invece è un caso preoccupante e brutto perchè è stato voluto, è stata un'agressione voluta e forse predeterminata.
In entrambi i casi, così diversi, si può però scorgere l'ombra del razzismo diffuso in questo paese, più che altro nei commenti che si sentono in giro e dal fatto che i tg non sembrano poi così preoccupati e scandalizzati come in altri avvenimenti (per esempio durante il boom dei stupri).
Ciò francamente è triste e fa capire come nel popolo italiani vi siano veramente due pesi e due misure a seconda dei casi in questione. Episodi gravissimi quelli che danneggiano gli italiani, etero e magari benestanti, fatalità e casualità quelli che danneggiano extracomunitari, gay, ragazzi diversi dalla massa. Il commento del leghista su Radio Padania Libera ("ai gay un calcio sulle palle lo darei anch'io") francamente fa orrore a chiunque abbia una mente un minimo aperta e libera da pregiudizi.
c'è da chiedersi da cosa derivi tutta questa acredine. Nel caso degli immigrati sappiamo bene che c'è odio nei loro confronti perchè i media li dipingono come unici responsabili dei reati commessi in Italia, ma nel caso dei gay? Che sia la secolare demonizzazione che la chiesa ha fatto nei loro confronti? Che sia la credenza ancora diffusa che essi sbaglino, che siano malati, anormali, pericolosi, portatori di chissà quali vizi pericolosi? Perchè a due etero è concesso di baciarsi in pubblico e a due gay no?
Ultima riflessione poi sugli immigrati. Ne sono morti 73, eppure nessuno o quasi si è dimostrato commosso da questa faccenda, quasi che non fossero 73 persone ma 73 animali. Molti probabilmente sono rimasti contenti della loro morte, come fosse un peso in meno da sopportare. Potevano starsene a casa loro, avranno pensato.
Già, perchè si sa che è una gioia rimanere in paesi dove non c'è cibo e acqua e dove la guerra non finisce mai. Tralasciamo il fatto che noi occidentali mangiamo e beviamo anche grazie a quelle disgrazie.
Lasciatemi dire infine che questo razzismo anti-immigrati è quanto di più irrazionale ci possa essere. Ma non è tutta colpa degli italiani, anche i media ci mettono il loro zampino, confondendo due problemi, ovvero quello dell'immigrazione e quello dell'ordine pubblico. Il primo per me non è un grosso problema, anche perchè non abbiamo più immigrati rispetto agli altri paesi europei. Semmai il vero problema è di ordine pubblico, ma quello dovrebbe essere un problema normale e relativamente facile da affrontare per un governo. Temo che in Italia non sia così facile, anche per l'opera di distruzione della macchina giudiziaria attuata dai nostri illuminatissimi politici.
In ogni caso confondere immigrazione e ordine pubblico è un grave errore che sta portando gli italiani ad assomigliare sempre più a delle belve assetate di vendetta che a degli esseri umani. Mi auguro che l'accensione dei cervelli e del senso critico possa verificarsi al più presto.

Il sinedrio del Csm e il sorteggio della Serenissima

Posted on 24 Agosto 2009 by Carlo Vulpio
Venezia, anno 1268. Sì, avete letto bene: 1268. Settecentoquarantuno anni fa. Si elegge per la prima volta il Doge della Serenissima. Come fanno, i veneziani? Si affidano al sorteggio.
Non a un sorteggio qualsiasi, come un banale sorteggio del superenalotto. No, i veneziani, che in quel periodo già spadroneggiano in tutto l’Adriatico e oltre, e quindi hanno bisogno di una guida seria, scelta bene, eleggono il Doge con un sistema di sei sorteggi consecutivi.

I membri del Gran Consiglio votano e, contemporaneamente, a ogni votazione, procedono a un sorteggio. Elezione e sorteggio non rappresentano più una contraddizione, ma un congegno virtuoso.
Lo spiega bene Mario Ascheri nel suo libro “Le città-Stato” (ed. Il Mulino).
In sintesi: con il primo sorteggio si individuavano i primi 30 elettori, cioè i 30 membri del Gran Consiglio a cui il “ballottino” (un ragazzo scelto a caso) consegna le “ballotte” contenenti la scritta “elector”.

Con il secondo sorteggio, sempre con la stesso sistema delle “ballotte”, i 30 vengono ridotti a 9. Questi 9 elettori scelgono 40 cittadini, ognuno dei quali deve ottenere almeno sette voti.

Terzo sorteggio e nuova riduzione di numero: i 40 eletti diventano 12. I 12 quindi votano e scelgono 25 cittadini, che devono ottenere non meno di nove voti a testa.

Con il quarto sorteggio e la quarta estrazione di “ballotte” i 25 ridiventano 9. Questi 9 votano per 45 cittadini, ognuno dei quali deve ottenere almeno sette voti.

Siamo al quinto sorteggio, che riduce i 45 appena eletti a 11. Questi 11 eleggono i 41 veri elettori del Doge, ognuno dei quali deve ottenere almeno nove voti. I 41 votano segretamente per chi gli pare e le schede finiscono dentro un’altra urna.

Da quest’urna, ed eccoci al sorteggio numero sei, viene estratto un solo nome.

Ma non è finita qui.

L’estratto veniva “processato” e chiamato a difendersi. Dopo di che, si votava di nuovo. Per poter essere eletto Doge, l’estratto doveva ottenere almeno 25 voti favorevoli. Altrimenti si estraeva un altro nome e si ricominciava la procedura.

Erano fessi, i veneziani? O forse avevano tempo da perdere?

Al contrario, erano saggi e, diremmo oggi, abbastanza scafati per capire che non esiste un sistema elettorale perfetto. E che un sorteggio, per quanto ingegnoso e magari anche un po’ macchinoso, può rivelarsi efficacissimo. Almeno per limitare i danni.

E veniamo al Csm, il Consiglio superiore della magistratura, di cui tutti, a scadenza di calendario, si dicono scontenti.

Uno dei problemi più grossi che abbiamo oggi in Italia è il (mal)funzionamento della giustizia.
Questo problema – dovuto non soltanto alla arcinota penuria di carta per le fotocopie, alla carenza di magistrati in organico, eccetera – è oggi più di ieri chiaramente causato, soprattutto ai livelli direttivi, da un numero sempre maggiore di magistrati corrotti, collusi, conniventi, “distratti” o “a due velocità” (lenti con gli amici, celeri con i nemici: a prescindere dal colore politico).

Il Csm è il cuore malato della giustizia. E’ un sinedrio che ha assorbito tutti i vizi della politica peggiore e che rispetto a questa affoga in una logica ancora più lottizzata, più correntizia, più spartitoria e più da “clan”.

E’ inutile girarci intorno. Così com’è, il Csm non va. Fa solo male alla giustizia e alla democrazia. E tuttavia, nonostante tutti (o quasi) se ne lamentino, nessuno – a destra, al centro e a sinistra – vuole davvero riformarlo.

In alcuni casi, persino quelli che ne avversavano più ferocemente la degenerazione sono scesi a più miti consigli, a volte per timore, a volte per calcolo personale.
In altri casi, si preferisce menare il can per l’aia e dire che non c’è bisogno di riformare il Csm, poiché ciò che occorre sono più quattrini per la giustizia e magistrati più liberi “dentro”. (Eh già, come se Clementina Forleo o Luigi de Magistris il Csm li avesse puniti e trasferiti per carenza di fondi…).

La verità è un’altra, più semplice e più greve. Se si facesse sul serio e si riformasse davvero il Csm nessuno potrebbe più fare il proprio gioco (di potere).

Invece, ecco che ogni tanto spunta una proposta di “riforma” che è soltanto un palliativo, quando addirittura non è una terapia peggiore del male (come il progetto di riforma del centrodestra). Con il risultato che si apre il solito “dibbattito”, che in realtà è finzione, pura “ammuina”, e tutto resta com’è.

In questa pupazzata c’è posto anche per il sosia dell’allenatore del Lecce, Gigi De Canio, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, che addirittura minaccia “qualsiasi forma di protesta, anche la più dura” contro il sorteggio.





Accidenti, ve lo immaginate Luca Palamara che si incatena ai cancelli della procura di Roma, o che lancia molotov contro i palazzi del Parlamento?
Lui, e quelli come lui (escluso Gigi De Canio, che non ne sa niente), obiettano: e se dal sorteggio viene fuori uno squilibrato? Ah, sì? Quindi lo “squilibrato” potrebbe ben svolgere le funzioni di pm o di gip e decidere persino della libertà personale di un individuo, ma non potrebbe ricoprire la carica di consigliere nel Csm, in cui si decidono trasferimenti, procedimenti disciplinari, promozioni?


In realtà, se il sorteggio fosse vero e totale, e cioè non “ristretto” a una rosa di nomi, ma aperto a tutti (tutti elettori, tutti eleggibili), allora sì che giochi e gioghi avrebbero ben poca possibilità di riprodursi e far danni.

Così com’è adesso, il Csm è composto da “eletti” che in realtà sono dei “nominati”. E fin quando sarà così saremo sempre punto e a capo. Né si può pensare di uscirne, come vorrebbero a destra, con un sorteggio tra rose di “nominati” e per giunta aumentando il numero dei “non togati”, oppure, come vorrebbero a sinistra, lasciando tutto com’è.

Dice l’articolo 104 della Costituzione, che del Csm “fanno parte di diritto il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di cassazione”.
“Gli altri componenti – continua l’articolo 104 – sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di servizio”.

Bene, è arrivato il tempo di raccordare l’articolo 104 della Costituzione del 1948 con il modernissimo sistema di sorteggio veneziano del 1268. Un’altra via sarebbe soltanto un altro modo di riproporre vecchi trucchi e antichi inganni.

Il falò delle illusioni

di MASSIMO GIANNINI

Tremonti che parla alla Camera ricorda il presidente americano Coolidge che scrive al Congresso, nel dicembre del 1928: "Dovete considerare il presente con soddisfazione e prevedere il futuro con ottimismo...". Pochi mesi dopo ci sarebbe stato "Il Grande Crollo" del '29, raccontato da Galbraith.

Il "mantra" governativo è sempre lo stesso, assolutorio e rassicurante. Abbiamo fatto tutto ciò che era giusto e necessario per aiutare famiglie e imprese, per finanziare consumi e investimenti, per sostenere reddito e occupazione: la crisi è finita, andate in pace. Anche nell'ambito della politica economica, come in quello dell'etica pubblica, vero e falso si mescolano, realtà e finzione si sovrappongono, e al Paese si narra "un'altra storia". Così, ancora una volta, per riconciliarsi con la forza oggettiva dei fatti non resta che ascoltare la voce di una delle poche istituzioni rimaste incontaminate, al di fuori del perimetro sempre più pervasivo del berlusconismo. In un involontario, ma salutare contrappunto parlamentare, il governatore della Banca d'Italia ci ha spiegato tre verità fondamentali.

La prima verità: la fase di peggioramento congiunturale che ha caratterizzato gli ultimi mesi sembra essersi arrestata. E questo è sicuramente un fatto positivo. Ma la crisi è tutt'altro che finita. L'Italia rischia di arrivare esausta al prossimo autunno. Senza una decisa inversione di rotta della produzione industriale, che resta inferiore del 25% rispetto all'aprile dell'anno scorso, a settembre assisteremo a una falcidie di piccole e medie imprese, e ad una conseguente ondata di tagli alla forza lavoro che la Cassa integrazione non basterà a contrastare.

La seconda verità: questa crisi globale, quando finirà, ci lascerà in eredità un debito pubblico enorme. Vale per tutti i Paesi, che hanno contenuto la tempesta perfetta rafforzando gli argini della spesa statale con le care, vecchie politiche keynesiane. Vale ancora di più per l'Italia, che ha usato poco e niente il bilancio pubblico (in parte per necessità, ma soprattutto per scelta) e che partiva da un indebitamento sistemico di proporzioni gigantesche. Oggi il nostro Paese si ritrova svantaggiato due volte: non ha messo in campo "piani di stimolo" significativi, e sconta un quadro di finanza pubblica gravemente deteriorato. Le cifre di Draghi fanno tremare i polsi. A fronte di un Pil in caduta del 5,2%, quest'anno ci ritroveremo con un deficit aumentato al 5,3%, un debito esploso al 115,3% e un avanzo primario azzerato e trasformato in un disavanzo dello 0,4%, per la prima volta dalla fine degli anni '90. Certo, questi risultati sono frutto della caduta generalizzata del denominatore (il Pil, sul quale il governo non può agire più di tanto). Ma anche dell'espansione incontrollata dei numeratori (su tutti la spesa corrente, lievitata al massimo storico del 43,4%, sulla quale invece il governo può agire moltissimo).

La terza verità: il tempo delle grandi riforme è adesso, ed è tempo finora sprecato. I pacchetti estemporanei varati fino ad oggi, compreso l'ultimo decreto "anti-crisi", sono pannicelli caldi. Draghi ricorda che senza azioni incisive sulla spesa primaria, sulla previdenza, sulla liberalizzazione dei mercati, non si troveranno risorse per lo sviluppo. E senza misure di vera lotta all'evasione non si porranno mai le basi per una seria riduzione delle imposte che infatti (ironia della sorte, per il Cavaliere che ha vinto tre elezioni promettendo "meno tasse per tutti") continuano ad aumentare. Anche qui, i numeri fanno paura. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,4%: lo stesso picco storico che toccò nel '97, anno della rincorsa a Maastricht e dell'eurotassa, e più della vetta raggiunta nel 2007 dall'esecrato governo dei "tartassatori" Prodi, Visco e Padoa-Schioppa. Le entrate tengono, assicura Tremonti. Mente: nel primo trimestre l'Iva è crollata del 10,2%. Di nuovo: pesa la caduta generalizzata del denominatore (il Pil, che comunque si è ridotto "solo" della metà). E poi, nello stesso periodo, i consumi sono scesi "solo" del 2,6%. Come si spiega questa differenza? Il governatore lo dice con il linguaggio del banchiere centrale: "Solo una parte del divario sembrerebbe riconducibile a una ricomposizione dei consumi verso beni essenziali, caratterizzati da aliquote più basse". Tradotto nel linguaggio della gente comune, il divario si spiega con il dilagare dell'evasione.

Il paradosso è che anche nella politica fiscale il governo usa l'arte della dissimulazione, in questo caso disonesta. Spaccia per "guerra totale" un altro "condono tombale". Perché questo è, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo scudo fiscale appena varato dal Tesoro. Noi lo abbiamo scritto, senza giri di parole. Oggi Draghi lo conferma, con parole non meno chiare: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per i pentiti che fanno rientrare i capitali dall'estero, "non prevedono l'anonimato del contribuente e le norme comportano l'intero versamento delle imposte dovute e non versate, inclusi gli interessi e le sanzioni". Nel Belpaese, invece, funziona in tutt'altro modo: l'anonimato è garantito, e con un modesto obolo del 7,5% si chiudono i conti con l'Erario. Questa è l'Italia. E a Berlusconi e Tremonti piace così. Torna in mente ciò che scrisse Mark Twain, citato sul Wall Street Journal dell'11 settembre '29: "Non separatevi dalle vostre illusioni. Quando esse sono scomparse, potete continuare a esistere, anche se avete cessato di vivere".
(22 luglio 2009)

Recensioni: E=m2 - David Bodanis

Ebbene sì, anche le equazioni hanno una biografia. David Bodanis ha avuto l’idea di “raccontare” il percorso conoscitivo che ha portato Albert Einstein a mettere in relazione la trasformazione della massa in Energia con la velocità della luce. Molti infatti sanno che che l’Energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato, ma pochi conoscono il reale significato e le conseguenze dell’equazione che ha cambiato il mondo.

“Supponete di essere in grado di creare un modellino di cristallo lucente, abbastanza piccolo da poter essere contenuto nel vostro pugno chiuso. Ora immaginate di aprire la mano e di veder nascere e risplendere l’intero universo. Newton fu il primo a riuscire in una simile impresa nel seicento, ideando una funzione sistematica completa del mondo che poteva essere descritta da un pugno di equazioni e che conteneva le regole per creare un mondo reale a partire dal modello. Einstein fu il secondo”.
L'autore divide in cinque parti il libro trattando l'equazione come un bambino immortale in crescita: da "La nascita" a "Fino alla fine dei tempi", passando per "I primi anni" e "La maturità". Egli inizia con un breve cenno all’arco di tempo in cui l’equazione venne concepita includendo la lettera di raccomandazione del padre di Albert Einstein per l’ormai famoso ufficio Brevetti di Berna. David Bodanis continua spiegando il significato di ciascuna lettera e di ciascun simbolo che compone E=mc2 attraverso la storia e i personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile dall’Energia all’elevazione al quadrato.
Viene poi ripreso, nella terza parte del saggio, l’entourage di Einstein, la situazione sociale ed i suoi pensieri rivolti alla formulazione della relatività ristretta (o speciale), di cui fa parte l’equazione, e, poi, alla molto più ampia visione della relatività generale. Dopo aver descritto la situazione europea sullo sviluppo dell’atomo ed i fondamentali contributi di scienziati come Enrico Fermi, si passa ad un’ampia parte storica sul ruolo di E=mc2 nella prima guerra mondiale e sulla costruzione della famigerata bomba atomica che venne poi lanciata nei cieli del Giappone.
L’ultima parte del libro è destinata a riempire le lacune di storia della scienza sui temi che si imparano a scuola come le esplosioni all’interno del sole e la formazione della terra…
David Bodanis è laureato in matematica teorica ed ha tenuto per molti anni un corso di Storia del Pensiero all’università di Oxford; ha avuto la geniale idea di scrivere una biografia su questa famosissima equazione ed è riuscito a sfatare il mito dell’impenetrabilità della teoria Einsteiniana nel nostro immaginario collettivo.
E’ un libro interessante e coinvolgente per com’è strutturato: chiarisce subito con il lettore i concetti principali e fondamentali che sono dietro all’equazione, simboleggiando il segno dell’uguale ad un tunnel in cui, da una parte e dall’altra, si trasformano l’energia e la massa, senza rinunciare poi a curiosità della scienza e della tecnologia rinascimentale e moderna; forse, l'ultimo capitolo "Un bramino alza gli occhi al cielo", tratta dei buchi neri in una maniera un pò frettolosa sconvolgendo il ritmo del libro. Dopo averlo letto, probabilmente, la parte più appassionante risulta essere l'epilogo "Il significato profondo dell'opera di Einstein" dedicato alla relatività generale e ai metodi sperimentali per la verifica della distorsione spazio-temporale. Si intende la vera causa della grande popolarità dello scienziato: se avesse solo formulato l'equazione (e la relatività ristretta) sarebbe noto ai fisici teorici e non al grande pubblico; con la relatività generale, però, l'equazione diventa solo una piccolissima parte di una teoria che ha profondamente modificato la nostra visione sull'Universo.

lunedì 24 agosto 2009

Assalto allo Stato di diritto

di Luigi de Magistris - 23 agosto 2009
Affondo sulla magistratura e pluralismo dell’informazione.
In autunno il governo tenterà di mettere il silenziatore alla storia.

Nel prossimo autunno – che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale – il Governo tenterà – con il sostegno della sua maggioranza servile – di portare a compimento il disegno – di chiara ispirazione piduista – per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione. Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori.
La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento – ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia - del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi). Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi,opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della
classe dirigente. Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione.. Taccio della televisione (di Stato – sic! – e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta,salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti – che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia – i quali ancora si ostinano a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade. Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche – questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono
corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi – che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato, tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti – attraverso anche le salate multe agli editori - di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta). Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia.
Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius,normalizzato): la vicenda delle escort (rectius,prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese, le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.
Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone. Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto – pilastri della democrazia - per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.

Padre Pio, il giallo delle stigmate

Un farmacista: «Nel 1919 fece acquistare dell'acido fenico, sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani»

Il cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.

Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo.
Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».

A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la bottiglia con l'acido. Ma la perplessità del farmacista era divenuta sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva trasmesso alla donna – di nuovo, sotto consegna del silenzio – una seconda richiesta: quattro grammi di veratrina.

Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione chimica di quest'ultimo prodotto e insistette sul suo carattere fortemente caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e deve vedere se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi terapeutici, la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e cinque milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo. «Si parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di quattro grammi! ». E tale «quantità enorme trattandosi di un veleno», il frate aveva domandato «senza la giustificazione della ricetta medica relativa», e «con tanta segretezza»... A quel punto, Valentini Vista aveva ritenuto di dover condividere i propri dubbi con la cugina Maria, raccomandandole di non dare più seguito a qualsivoglia sollecitazione farmacologica di padre Pio. Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse dell'una o dell'altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia dell'imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell'«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli l'accaduto.

La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni Rotondo, nell'estate del '19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio l'aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell'autocarro passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all'uso cui l'acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa un mese dopo, per il tramite d'una penitente di ritorno da San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario ».

Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina? Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al Sant'Uffizio le deposizioni di entrambi. D'altronde, un po' tutte le gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di santità di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo » e dall'«affarismo» dei sangiovannesi, l'arcivescovo di Manfredonia, monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.

Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell'immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno, un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».

Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un Sant'Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall'autografo di padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest'ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».

Sergio Luzzatto
24 ottobre 2007

Tre e solo tre? L'universo a molte dimensioni

L’idea che il nostro universo possa avere più di tre dimensioni spaziali ci appare intuitivamente contraria alla nostra esperienza. Già i filosofi greci avevano affrontato questo argomento: Aristotele escluse categoricamente l'esistenza di una quarta dimensione e Tolomeo ne diede una ingegnosa "dimostrazione" nel 150 a.C. che venne poi ripresa da Galileo Galilei. La "dimostrazione" consiste nella constatazione che non è possibile tracciare più di tre rette tra di loro mutuamente perpendicolari.

In realtà questo ragionamento dimostra solamente che il nostro cervello non è in grado di visualizzare più di tre dimensioni spaziali; tuttavia, ciò non esclude che l'universo possa effettivamente avere un numero di dimensioni spaziali maggiore delle tre nelle quali viviamo. È davvero possibile?

Per intuire le implicazioni di eventuali dimensioni a noi inaccessibili, proviamo a scendere di una dimensione ed immaginiamo le sensazioni di un essere costretto a vivere in due dimensioni a contatto con fenomeni che accadono invece in un mondo tridimensionale. Le singolari vicende di questo essere sono descritte in un libro di Edwin A. Abbot, “Flatland”, pubblicato nel 1884. Si tratta di Mr. Quadro, che vive su un foglio di carta, in un mondo quindi piatto, a due sole dimensioni, e può vedere solo gli oggetti piatti sulla superficie del foglio.

Madame Sfera, invece, vive nel nostro mondo a tre dimensioni e, muovendosi nello spazio, talvolta attraversa il mondo di Flatlandia. Mr.Quadro, da parte sua, non può vederla perché vede solo gli esseri piatti del paese di Flatlandia. L'intersezione della sfera con il piano del foglio è un cerchio; perciò Madame Sfera, attraversando il piano, produce sul piano sezioni, cerchi che variano di ampiezza man mano che la sfera lo attraversa: dapprima un solo punto, quando la sfera tocca il piano; poi una sezione sempre più grande finché si arriva al cerchio massimo. Accade il contrario quando la sfera si allontana: la sezione diminuisce per tornare ad essere un punto.

Mr. Quadro non ha percezione delle tre dimensioni e non può vedere Madame Sfera perché è capace di vedere vedere solo gli esseri piatti del paese di Flatlandia.

Cosa “vede” dunque Mr. Quadro?

Mr. Quadro non può vedere Madame Sfera nella sua interezza, ma non vede neppure il profilo della sezione, in quanto non lo può vedere dall'alto; vede quindi solo una linea che aumenta di lunghezza e poi diminuisce sino a sparire, un fatto che non può spiegare.

Questo curioso esempio ci dice, in modo rudimentale ma efficace, come alcuni fenomeni o leggi della fisica difficili a comprendersi nelle tre dimensioni potrebbero invece trovare una spiegazione più semplice e risultare addirittura banali se li immaginassimo accadere in quattro o più dimensioni. Visualizzare uno spazio a quattro o più dimensioni è per noi difficile, ma ci viene in aiuto la matematica: da molto tempo infatti i matematici sanno come trattare le extradimensioni.

Bernhard Riemann, in un famoso seminario avvenuto il 10 giugno 1854 all'Università di Göttingen (in Germania), introdusse per la prima volta una teoria sullo spazio con più di tre dimensioni. Nel 1919 un altro matematico, il polacco Theodor Kaluza, suggerì che l’universo in cui viviamo avesse effettivamente quattro dimensioni spaziali. In questo spazio a quattro dimensioni le leggi dell’elettromagnetismo di Maxwell e della gravità di Einstein, che ci appaiono così diverse nelle nostre tre dimensioni, discenderebbero le une dalle altre. Il gravitone, il quanto del campo gravitazionale , e il fotone, il quanto del campo elettrico, così diversi per i nostri esperimenti tridimensionali, diventano parenti strettissimi nello spazio quadridimensionale di Kaluza. Ma se l'universo ha veramente più di tre dimensioni perché noi non riusciamo a visualizzarle? L'idea implicita nel lavoro di Kaluza -e sviluppata poi in maniera più completa nel 1926 dal matematico svedese Oskar Klein- che l'universo abbia dimensioni estese e dimensioni curve raggomitolate su se stesse. Cosa vuol dire?

Per capirlo dobbiamo, per prima cosa, introdurre il concetto di curvatura spaziale e per farlo torniamo a Flatlandia. Lo spazio a due dimensioni, può essere senza curvature, come un foglio di carta piano, ovvero può essere curvato nella terza dimensione. Basta pensare a un telo elastico sul quale disponiamo un oggetto pesante. La superficie si curverà attorno al peso, e due rette, tracciate parallele sul telo, tenderanno ad avvicinarsi. La geometria Euclidea, gioia e tormento di tutti gli studenti, si applica agli spazi piani. Furono i matematici Nikolaj Ivanovic Lobacevskij e Yános Bolyai, negli anni tra il 1830 e 1850, a discutere i primi esempi di geometrie non-euclidee, in cui non è valido il famoso V postulato di Euclide sulle rette parallele.

Come altri esempi di uno spazio “curvo”, si pensi alla superficie di un cilindro, di una sella o di una sfera. Nel caso di un cilindro una delle due dimensioni della sua superficie è “curva”, nel caso della sfera entrambe le dimensioni della sua superficie sono “curve”.

Nel caso del telo elastico deformato da un oggetto pesante la curvatura è solo locale: man mano che ci si allontana dal peso, la superficie torna gradualmente piana. In questo caso le due dimensioni del nostro telo -come anche nel caso di un piano senza alcuna curvatura- sono estese, nel senso che un abitante di questo spazio si può muovere lungo le sue due dimensioni senza tornare mai allo stesso punto (a meno che, finito nella depressione originata dall’oggetto, non sia più capace di uscirne).

Immaginiamo di trasformare il foglio di Flatlandia arrotolandolo in un cilindro. In questo caso la dimensione curva , si chiude su se stessa. Mr. Quadro, muovendosi nella direzione perpendicolare all’asse del cilindro, tornerebbe ciclicamente al punto di partenza. Ma potremmo anche curvare entrambe le dimensioni del foglio di Flatlandia fino a formare una sfera.

L’idea di Klein era quella di un universo in cui le dimensioni oltre la terza siano “curve”, talmente “curve” da richiudersi su se stesse in dimensioni piccolissime, tanto piccole da non essere percepite. Se esistono, perché non le vediamo? Chiariamo questo aspetto con un esempio tratto dal libro di Brian Greene “L’ Universo elegante”. Immaginiamo che un tubo di gomma , di quelli da giardino, di un centimetro o poco più di diametro, sia steso tra due pali a grande distanza, a un chilometro o più da noi. Noi non saremo in grado di distinguere lo spessore di quel tubo e potremo descriverlo come una linea, cioè come un oggetto a una sola dimensione. Una formica sulla superficie del tubo si muove nelle due dimensioni lungo e attorno al tubo, ma il movimento attorno al tubo non è percepibile dalla nostra distanza.

Anche se sappiamo che esiste una dimensione avvolta su se stessa, questa non ha nessuna utilità pratica nelle nostre osservazioni macroscopiche e, se qualcuno ci chiedesse dove si trova la formica, gli daremmo solo la posizione lungo il tubo. C’è una grande differenza tra la dimensione lungo il tubo e quella attorno al tubo: la prima è estesa nello spazio ed è facilmente osservabile, la seconda è curva su se stessa, contenuta in uno spazio piccolissimo e potremmo percepirla solo se fossimo in grado di effettuare osservazioni con enorme precisione, una precisione tanto maggiore quanto più il tubo di gomma è piccolo.

Potrebbero quindi esistere molte altre dimensioni oltre alle tre, purché curve e raggomitolate in dimensioni così piccole da non averne percezione nella vita di tutti i giorni.

Come abbiamo visto, il tentativo di unificare l’elettromagnetismo e la gravità portò Kaluza ad ipotizzare che oltre alle tre dimensioni spaziali consuete esistesse una quarta microscopica dimensione avvolta su se stessa. Di questa teoria lo stesso Kaluza informò con una lettera Einstein che gli rispose interessato, invitandolo a svilupparla in maggiore dettaglio. Dopo il suo iniziale entusiasmo però, Einstein non ha altri contatti con Kaluza e sembra dimenticare questa teoria; nei suoi lavori e nella sua corrispondenza non se ne trova più traccia.

Nel 1926 Oskar Klein riprese e sviluppò la teoria sulla quarta dimensione, ma anche questo lavoro non fu raccolto da altri studiosi. In effetti, sebbene matematicamente lo teoria sembrasse interessante, non c’era alcuna possibilità di effettuare osservazioni con la precisione necessaria.

L’ estensione della quarta dimensione prevista da Kaluza è infatti inferiore a 10-33 cm. Per avere un idea di quanto sia piccola dobbiamo prendere un centimetro, dividerlo in un miliardo di parti, poi dividere una di queste parti in un miliardo di frammenti e dividere ancora uno dei frammenti in un miliardo di altre parti. Infine dobbiamo di nuovo dividere quel microscopico elemento in altre diecimila parti: arriviamo così ad un’estensione 100 miliardi di miliardi di volte più piccola del diametro di un protone. In questo spazio è confinata la quarta dimensione! Non c’era al tempo di Kaluza, e non c’è ancora oggi, nessuna possibilità sperimentale di investigare delle dimensioni così piccole. Nel 1930 la teoria poteva considerarsi totalmente abbandonata. Ma la storia non finì così. La teoria di Kaluza-Klein torna alla ribalta negli anni 80 come componente essenziale della teoria delle corde .

Queste teorie ipotizzano molte dimensioni spaziali aggiuntive (ben più della singola ipotizzata da Kaluza e Klein); anche fino a 16 dimensioni. Nell'universo bambino, pochi attimi dopo il Big Bang, tutte le dimensioni spaziali avevano la stessa estensione. Durante l’espansione dell’universo qualcosa distrusse questa simmetria; solo tre dimensioni continuarono ad estendersi mentre tutte le altre bloccarono la loro espansione e si chiusero su se stesse.

A distanze comparabili con le estensioni delle dimensioni curve le interazioni forte, elettromagnetica e debole sarebbero molto diverse da come ci appaiono nelle nostre dimensioni estese. Non solo elettromagnetismo e gravità, ma anche interazione debole e forte apparirebbero unificate in un’unica forza come nei primi istanti di vita dell’universo.

La teoria che unifica tutte le forze è affascinante, ma le extradimensioni sarebbero così piccole che neppure i più raffinati esperimenti potrebbero metterle in evidenza. Le energie disponibili nelle moderne macchine acceleratrici per le nostre sonde esploratrici (le particelle elementari) non sono infatti in grado di sondare le forze con cui esse interagiscono a distanze così piccole. Ci sono però teorie più recenti che ipotizzano dimensioni curve, compattate in uno spazio così piccolo da sfuggire alla nostra esperienza quotidiana, ma con una estensione di qualche frazione di millimetro.

Queste dimensioni curve sarebbero sufficientemente grandi da poter essere osservate in futuri esperimenti di grande precisione. In cosa differiscono queste nuove teorie dalle precedenti? L’idea è questa: non tutte le particelle e le forze fondamentali si propagano in tutte le dimensioni, estese e curve: alcuni dei costituenti elementari della materia -in analogia a quello che accade a Mr. Quadro a Flatlandia- sono costretti a muoversi solo in alcune delle dimensioni e non in altre.

Secondo queste teorie solo il gravitone (quindi la interazione gravitazionale) si propagherebbe in tutte le dimensioni estese e curve, mentre tutte le altre particelle (e quindi le interazioni forte, debole e elettromagnetica), si propagherebbero solo nelle dimensioni estese. Questo spiegherebbe l’estrema debolezza della forza di gravità rispetto alle altre interazioni: ciò potrebbe essere infatti attribuito al fatto che essa sarebbe l’unica forza a propagarsi in tutte le dimensioni. Perché la intensità di una forza dipende dalle dimensioni in cui si propaga?
Può sembrare complicato, ma è relativamente semplice da capire con un esempio. Immaginiamo di comunicare con un ascoltatore posto all'estremità opposta di un tubo: parlando all'interno di esso, il messaggio si udirà distintamente anche a molti metri di distanza. Viceversa, se la voce viene dispersa in tutto lo spazio, alla stessa distanza l’intensità del messaggio risulterà molto più debole. Il suono all’interno del tubo si propaga essenzialmente in una dimensione, mentre nel secondo caso si propaga in tre dimensioni.

Due segnali sonori che noi percepiamo di diversa intensità potrebbero quindi essere uguali all’origine: tutto dipende da come si sono propagati dal punto di emissione fino ai nostri strumenti di misura, e in particolare dipende dal numero di dimensioni in cui si sono diffusi prima di raggiungerci. Così, la forza elettromagnetica e quelle nucleari risultano apparentemente più forti di quella gravitazionale solo poiché si propagano in un numero di dimensioni minore e quindi in uno spazio più ristretto.

Per verificare l’ipotesi che la gravità si propaghi in un numero di dimensioni superiore a quello delle altre interazioni e che queste extradimensioni siano piccolissime, i fisici devono studiare con grande precisione il comportamento della gravità che si esercita tra due corpi quando essi sono molto vicini. Quanto vicini?

I fenomeni che osserviamo su grande scala, dalla rotazione dei pianeti a quella delle galassie, ci dicono che la forza di gravità cresce in maniera quadratica al diminuire della distanza (diminuendo la distanza tra i corpi che si attraggono di 10 volte, la forza di gravità cresce di 100 volte). Questo andamento, intuito da Keplero e formalizzato da Newton, è proprio quello che ci si dovrebbe aspettare qualora la gravità si propagasse in tre dimensioni.

Alla fine degli anni '90 i fisici teorici Dimopulos e Arkani-Hamed misero in evidenza che la nostra conoscenza della forza di gravità per distanze dell’ordine del millimetro è molto limitata. Questo non deve sorprendere se si considera la debolezza della gravità rispetto alle altre forze. L'attrazione elettromagnetica tra un elettrone e il nucleo di un atomo è infatti circa 40 ordini di grandezza (1040) più grande di quella gravitazionale. L’ipotesi che esistano extradimensioni curve più piccole del millimetro non contraddice le attuali conoscenze.

È quindi possibile che, per distanze superiori al millimetro, la forza di gravità appaia più debole delle altre forze proprio perché si è rapidamente indebolita nelle dimensioni aggiuntive. Se cosi fosse, per distanze confrontabili con l’estensione delle extradimensioni, al diminuire della distanza la forza di gravità dovrebbe crescere molto più rapidamente di quanto cresca a livello macroscopico. Se fosse valida l’ipotesi di una quarta dimensione in cui solo la gravità si propaga, per distanze sufficientemente piccole, riducendo la mutua distanza di 10 volte la forza dovrebbe crescere non di 100, ma di 1000 volte. Recentemente molti esperimenti sono stati compiuti in tutto il mondo per studiare l’interazione gravitazionale a piccolissime distanze. Fino a qualche frazione di millimetro non si sono osservate differenze dal comportamento atteso in presenza di tre sole dimensioni spaziali.

Se esistessero, le dimensioni aggiuntive dovrebbero quindi avere raggi di curvatura inferiori ad una frazione di millimetro. La regione da esplorare è ancora molto vasta: dobbiamo infatti confrontare queste dimensioni con quelle ultramicroscopiche delle dimensioni atomiche e sub-atomiche, e in questo senso la sperimentazione diventa sempre più difficile...

Un' alternativa per verificare la teoria è fornita dalle ricerche attuabili presso gli acceleratori di particelle ed in particolare al futuro acceleratore LHC in costruzione al CERN. Alle energie disponibili in questo nuovo acceleratore, la gravità dovrebbe unificarsi con le altre forze e si potrebbero produrre fenomeni stupefacenti del tutto nuovi. Si ipotizza infatti che possa essere prodotta una nuova forma di materia: un agglomerato di particelle sub-atomiche tenute insieme non dalla forza elettromagnetica (come gli elettroni dentro un atomo) nè dalla forza nucleare (come i quarkdentro il nucleo), bensì dalla forza di gravità.

A piccolissime distanze anche la luce sarebbe attratta da questa nuova forma di materia e rimarrebbe intrappolata. Si formerebbero così dei microscopici buchi neri! Parallelamente alla ricerca sperimentale di possibili nuove dimensioni spaziali, negli ultimi anni si sono susseguite anche numerose ricerche teoriche riguardo alla possibile struttura di queste dimensioni.

Una nuova affascinante ipotesi è stata proposta dei fisici Lisa Randall e Raman Sundrum. La quarta dimensione spaziale non sarebbe arrotolata su se stessa, ma si comporterebbe invece come un tessuto a maglie, la cui tessitura è sempre più fitta man mano che ci si allontana dallo spazio tridimensionale in cui vivono tutte le particelle ordinarie, tranne il gravitone. Questa nuova struttura spiegherebbe la debolezza della gravità pur mantenendo un'estensione infinita di tutte le dimensioni. Fino ad ora abbiamo parlato di dimensioni spaziali, ma non dobbiamo dimenticare la dimensione "tempo".
Quella temporale è infatti un’altra dimensione che dobbiamo sempre tenere in considerazione: il mondo, come lo percepiamo ad ogni istante, è in effetti un mondo a 3+1 dimensioni (tre spaziali ed una temporale ). Percepiamo il tempo in modo dissimile dalle dimensioni spaziali: infatti non siamo in grado di fermarci in una sua posizione o di tornare indietro come facciamo nelle 3 coordinate spaziali.

Ciononostante, Albert Einstein ci ha insegnato che non dobbiamo trattarlo in modo diverso dalle altre dimensioni, ma che anzi esso deve essere realmente considerato come la quarta dimensione. I fisici ci dicono che dobbiamo immaginare l'universo con più delle tre dimensioni spaziali che ci sono così comuni: le dimensioni spaziali potrebbero essere quattro o addirittura sedici! Ed il tempo? È concepibile un universo con molte dimensioni temporali? Recentemente alcuni fisici hanno iniziato a considerare seriamente la possibilità che possano esistere varie dimensioni temporali...

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